Capitolo uno – Mi chiamo Gregory
Io.
Vedevo strane cose da quassù. Colori neri nell’aria.
Sentivo strane cose quassù. Voci nere nell’aria.
Il vento mi sbatte furiosamente come volesse spingermi giù, come se la natura stessa, conscia del mio gesto volesse darmi una mano. Ultimo momento di respiro, profondo respiro, respiro di vita. Ultimo momento in cui sono ciò che voglio essere. Sono niente. Guardo in giù.
Mille inutili puntini sfrecciano in mille direzioni, per mille motivi, motivi di cui non mi interesso per niente, ma tuttavia mi interesso a non interessarmi, a disprezzarli mentre in un ultimo istante di umano orgoglio mi sento superiore.
Io sono il tuo Strappo.
Continuo a sentire voci, a vedere immagini. Le voci e le immagini si fanno più nitide man mano che il mio coraggio aumenta.
Io sono il tuo Strappo.
Mi guardo le mani come se fosse la prima volta, osservo i segni del tempo sulle mie mani e mi sento onnipotente. Tutto grazie alle mani. Grazie mani.
Il vento mi sbatte. Vorrei sbattere io il vento, vorrei saltargli addosso fare ciò che lui mi sta facendo in questo momento e forse una volta che sarò giù riuscirò a farlo, a fare del vento ciò che voglio, anche per un solo istante. Istante, semplice breve istante. Così sembra la mia vita in questo momento. Un semplice istante fatto di ricordi sfumati. Mi metto a ridere per un istante.
Ormai col cuore in gola mi preparo per l’ultimo gesto di volontà, l’ultima decisione mia.
Dall’alto del grattacielo io mi butto giù.
Sbatto il vento. Non è lui che mi viene addosso, ma sono io che lo sferzo, che gli urlo addosso la mia impotenza. Guardo ancora in giù, la terra che mi si avvicina lentamente, velocemente non saprei, per me dura un’eternità e l’eternità dura un istante. Chissà come sarà l’impatto con il suolo, chissà se anche io farò male alla terra come lei farà male a me. Chissà.
L’impatto però non avviene. Continuo a cadere, ma il suolo si fa sempre più lontano.
Io sono il tuo Strappo.
Una figura nera indistinta mi appare davanti. Un suono nero indistino mi entra nelle orecchie.
Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.
Ora che lo sento più chiaramente, ora che lo vedo più chiaramente mi rendo conto che sono fermo, a terra, non so quale terra, ma sono a terra. Lo guardo dal basso in alto mentre lui mi guarda dall’alto in basso.
Una figura avvolta da un nero mantello, con un cilindro ottocentesco sulla testa, metà faccia avvolta nell’oscurità mentre l’altra metà sembra cadaverica. Sento l’imponenza della sua presenza, ma tuttavia mi sembra così etereo, così nascosto.
Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.
Mi ripete ancora il suo nome e dice che è il mio Strappo.
Salve Gregory, gli dico, sei tu che hai interrotto la mia ultima decisione?
Mi guarda, o almeno credo mi guardi, dato che i suoi occhi sono semi nascosti; sempre che abbia gli occhi.
Secondo me non ce li ha.
Io non ho interrotto niente, stai ancora cadendo come stavi cadendo mentre io ho fatto la mia presentazione. Ora tu devi fare la tua presentazione.
Non scordando le buone maniere mi alzo subito e mi presento.
Io sono Stephen Icarus, lieto di conoscerti. Mi puoi dire dove siamo? Io devo cadere.
Come ti ho detto tu stai cadendo, però per il momento la tua coscienza si trova qui.
Mi guardo attorno con fare curioso, ma non c’è niente di interessante. Un’oscura desolazione inframmezzata da alberi piegati tutti nella stessa direzione. Neanche gli alberi mi interessano. Io voglio la mia caduta.
Puoi gentilmente seguirmi?
Dove?
Alla mia umile dimora. Potresti trovarla interessante.
Lo seguo su per una collina, un percorso per niente impervio che tuttavia mi stanca molto. Come se fosse difficile arrivare nella sua dimora che io dovrei trovare interessante. Spero sia interessante.
Con difficoltà sovrumana arranco passo dopo passo nella direzione da lui indicata mentre lui scivola tranquillamente. Interessante.
Pian piano che salgo gli alberi si fanno sempre più radi, ma sempre più grandi e da uno di questi grandi alberi sbucca un altro individuo.
Salta giù dall’albero gigante come se niente fosse e si ferma davanti al mio Strappo, a Gregory.
Hey Gregory, hai trovato il tuo uomo eh? Disse il nuovo individuo che era parecchio più grosso di Gregory, ma avvolto nello stesso mantello di Gregory, con metà faccia coperta come Gregory, ma con uno strano cappello diverso da Gregory. Tuttavia il nuovo individuo non mi dava la stessa sensazione familiare di Gregory.
Fortunato te, con la tua intelligenza dovresti risolvere in fretta, no?
Eh, magari fosse così facile, lui non mi sembra tanto sveglio. Continua a chiederemi di cadere. Sai si è buttato giù da un grattacielo.
Da un grattacielo? Ma è matto, ti immagini la frittata che farà? Ha haha.
E’ meglio se proseguiamo, sai, fa una fatica immane ad avvicinarsi alla mia dimora. E’ come se non ci fosse mai stato, o almeno non conoscesse la strada. Mi da fastidio.
Buona fortuna con il tuo uomo!
Così i due tizi strani davanti a me hanno finito la conversazione come se io non fossi nemmeno presente e per di più mi hanno insultato.
Chi era l’altro?
Un altro strappo.
Sempre mio?
No, non è il tuo strappo, non è che questo mondo sia tuo. Tu hai solo un pezzo di terra qui, la stessa terra su cui fai fatica ad avanzare.
Manca molto?
No.
A differenza di quanto ha detto l’altro strappo io non pensavo fosse intelligente. Dava sempre risposte brevi.
Ma tu cosa sei esattamente?
Te l’ho già detto. Sono il tuo strappo e mi chiamo Gregory.
Si ma Strappo sta per?
Non è una metafora, non ha un significato nascosto. Io sono uno strappo, il tuo strappo per la precisione. E’ così difficile capire?
Sembrava alterato, come se fosse mia la colpa della sua presenza lì, come se fosse colpa mia perché non capivo.
Per definizione uno strappo è un oggetto che da intatto passa in uno stato alterato, una lacerazione, capisci?
Ma tu sei intatto!
Di nuovo sentivo il fastidio da parte sua.
Ma io non sono il mio strappo, sono il tuo! Sei tu che hai subito una lacerazione.
Non rispondo.
Con immane fatica da parte mia, finalmente arriviamo in cima alla collina e un castello in rovina si presenta ai nostri occhi o ai miei dato che non sono ancora sicuro che lui abbia gli occhi, ma solo un disegno per dare l’idea dell’occhio.
Il castello non sembrava molto vecchio, tuttavia era in rovina, con muri cadenti ed enormi merlature cadute per terra. Aveva un enorme squarcio… o strappo.
Benvenuto alla mia dimora. Benvenuto alla tua dimora.
Questo è mio?
Gregory non disse niente, ma mi guardava come se fossi un caso disperato.
Non lo riconosci?
No.
Per forza non lo riconosci, si vede che nella tua vita non ci sei mai stato. Questo è il tuo cuore!