mercoledì 29 dicembre 2010

Blue Mood

Blu
Nero
Giallo

Blu
Giallo
Nero

Blu
Blu
Blu

Sei tu che vuoi più blu blu blu
Il nero non c'è più più
Il giallo bu
.

 autore disegno: Tullio Dal Canton

sabato 25 dicembre 2010

C'era una volta sola

C'era una volta sola, ma una soltanto, in cui tutto tutto gli appariva chiaro nella vita e a lui non importava.
Preferiva inoltrarsi negli oscuri meandri dell'essere dove l'indecisione, l'incertezza e il caso lo bramavano languidamente o forse lui bramava loro.
Fatto sta che molto spesso avrebbe potuto fare scelte che lo avrebbero portato in una direzione giusta, positiva, invece no.
Davanti ad un bivio in cui la strada a destra era solare ed illuminata con un'aura di bontà mentre l'altra strada era oscura, buia, maligna, lui avrebbe scelto la seconda. Perchè?
Perchè? Si chiedeva lui disperatamente non riuscendo a darsi una spiegazione.
Su questa strada oscura sentiva la malignità osservarlo da vicino, forse dal cespuglio nero da cui spuntavano due occhi infuocati o forse dal lugubre ululato di un lupo che voleva azzannargli le carni per portare cibo ai suoi tre lupacchiotti appena nati o forse solo per puro piacere.
Camminava tranquillamente beandosi di tutto ciò che l'oscurità gli gettava contro, con un certo masochismo si inoltrava sempre più in profondità.
Gufi morti, lupi morti, morti e basta, lui vivo, dentro il nero.
Pensava alla via più sicura? Forse, ma non importava. Non l'aveva percorsa.
Corvi neri contrastano sul nero della foresta.
Lupi neri contrastano sul nero della foresta molto di più.
E lui li guardava mentre loro guardavano lui.
Si chiedeva se corvi bianchi e lupi bianchi ci fossero nella via di luce, ma non importava, non l'aveva percorsa.
I pensieri, neri anche quelli, continuavano ad assilarlo come se facessero parte del buio, come se facessero parte della farsa anche loro.
I neri pensieri non contrastano sul nero della foresta.
Si fondono.

Alla fine, come può la luce non percorrere un sentiero oscuro?

sabato 11 dicembre 2010

Divertissement I

Capitolo uno – Mi chiamo Gregory

Io.

Vedevo strane cose da quassù. Colori neri nell’aria.
Sentivo strane cose quassù. Voci nere nell’aria.

Il vento mi sbatte furiosamente come volesse spingermi giù, come se la natura stessa, conscia del mio gesto volesse darmi una mano. Ultimo momento di respiro, profondo respiro, respiro di vita. Ultimo momento in cui sono ciò che voglio essere. Sono niente.  Guardo in giù.
Mille inutili puntini sfrecciano in mille direzioni, per mille motivi, motivi di cui non mi interesso per niente, ma tuttavia mi interesso a non interessarmi, a disprezzarli mentre in un ultimo istante di umano orgoglio mi sento superiore.

Io sono il tuo Strappo.

Continuo a sentire voci, a vedere immagini. Le voci e le immagini si fanno più nitide man mano che il mio coraggio aumenta.

Io sono il tuo Strappo.

Mi guardo le mani come se fosse la prima volta, osservo i segni del tempo sulle mie mani e mi sento onnipotente. Tutto grazie alle mani. Grazie mani.

Il vento mi sbatte. Vorrei sbattere io il vento, vorrei saltargli addosso fare ciò che lui mi sta facendo in questo momento e forse una volta che sarò giù riuscirò a farlo, a fare del vento ciò che voglio, anche per un solo istante. Istante, semplice breve istante. Così sembra la mia vita in questo momento.  Un semplice istante fatto di ricordi sfumati. Mi metto a ridere per un istante.

Ormai col cuore in gola mi preparo per l’ultimo gesto di volontà, l’ultima decisione mia.
Dall’alto del grattacielo io mi butto giù.

Sbatto il vento. Non è lui che mi viene addosso, ma sono io che lo sferzo, che gli urlo addosso la mia impotenza.  Guardo ancora in giù, la terra che mi si avvicina lentamente, velocemente non saprei, per me dura un’eternità e l’eternità dura un istante.  Chissà come sarà l’impatto con il suolo, chissà se anche io farò male alla terra come lei farà male a me. Chissà.

L’impatto però non avviene. Continuo a cadere, ma il suolo si fa sempre più lontano.

Io sono il tuo Strappo.

Una figura nera indistinta mi appare davanti. Un suono nero indistino mi entra nelle orecchie.

Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.

Ora che lo sento più chiaramente, ora che lo vedo più chiaramente mi rendo conto che sono fermo, a terra, non so quale terra, ma sono a terra.  Lo guardo dal basso in alto mentre lui mi guarda dall’alto in basso.

Una figura avvolta da un nero mantello, con un cilindro ottocentesco sulla testa, metà faccia avvolta nell’oscurità mentre l’altra metà sembra cadaverica.  Sento l’imponenza della sua presenza, ma tuttavia mi sembra così etereo, così nascosto.

Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.

Mi ripete ancora il suo nome e dice che è il mio Strappo.
Salve Gregory, gli dico, sei tu che hai interrotto la mia ultima decisione?
Mi guarda, o almeno credo mi guardi, dato che i suoi occhi sono semi nascosti; sempre che abbia gli occhi.
Secondo me non ce li ha.

Io non ho interrotto niente, stai ancora cadendo come stavi cadendo mentre io ho fatto la mia presentazione. Ora tu devi fare la tua presentazione.

Non scordando le buone maniere mi alzo subito e mi presento.

Io sono Stephen Icarus, lieto di conoscerti. Mi puoi dire dove siamo? Io devo cadere.

Come ti ho detto tu stai cadendo, però per il momento la tua coscienza si trova qui.

Mi guardo attorno con fare curioso, ma non c’è niente di interessante. Un’oscura desolazione inframmezzata da alberi piegati tutti nella stessa direzione. Neanche gli alberi mi interessano. Io voglio la mia caduta.

Puoi gentilmente seguirmi?

Dove?

Alla mia umile dimora. Potresti trovarla interessante.

Lo seguo su per una collina, un percorso per niente impervio che tuttavia mi stanca molto. Come se fosse difficile arrivare nella sua dimora che io dovrei trovare interessante. Spero sia interessante.

Con difficoltà sovrumana arranco passo dopo passo nella direzione da lui indicata mentre lui scivola tranquillamente. Interessante.

Pian piano che salgo gli alberi si fanno sempre più radi, ma sempre più grandi e da uno di questi grandi alberi sbucca un altro individuo.

Salta giù dall’albero gigante come se niente fosse e si ferma davanti al mio Strappo, a Gregory.

Hey Gregory, hai trovato il tuo uomo eh? Disse il nuovo individuo che era parecchio più grosso di Gregory,  ma avvolto nello stesso mantello di Gregory, con metà faccia coperta come Gregory, ma con uno strano cappello diverso da Gregory. Tuttavia il nuovo individuo non mi dava la stessa sensazione familiare di Gregory.

Fortunato te, con la tua intelligenza dovresti risolvere in fretta, no?

Eh, magari fosse così facile, lui non mi sembra tanto sveglio. Continua a chiederemi di cadere. Sai si è buttato giù da un grattacielo.

Da un grattacielo? Ma è matto, ti immagini la frittata che farà? Ha haha.

E’ meglio se proseguiamo, sai, fa una fatica immane ad avvicinarsi alla mia dimora. E’ come se non ci fosse mai stato, o almeno non conoscesse la strada. Mi da fastidio.

Buona fortuna con il tuo uomo!

Così i due tizi strani davanti a me hanno finito la conversazione come se io non fossi nemmeno presente e per di più mi hanno insultato.

Chi era l’altro?

Un altro strappo.

Sempre mio?

No, non è il tuo strappo, non è che questo mondo sia tuo. Tu hai solo un pezzo di terra qui, la stessa terra su cui fai fatica ad avanzare.

Manca molto?

No.

A differenza di quanto ha detto l’altro strappo io non pensavo fosse intelligente. Dava sempre risposte brevi.

Ma tu cosa sei esattamente?

Te l’ho già detto. Sono il tuo strappo e mi chiamo Gregory.

Si ma Strappo sta per?

Non è una metafora, non ha un significato nascosto. Io sono uno strappo, il tuo strappo per la precisione. E’ così difficile capire?

Sembrava alterato, come se fosse mia la colpa della sua presenza lì, come se fosse colpa mia perché non capivo.

Per definizione uno strappo è un oggetto che da intatto passa in uno stato alterato, una lacerazione, capisci?

Ma tu sei intatto!

Di nuovo sentivo il fastidio da parte sua.

Ma io non sono il mio strappo, sono il tuo! Sei tu che hai subito una lacerazione.

Non rispondo.

Con immane fatica da parte mia, finalmente arriviamo in cima alla collina e un castello in rovina si presenta ai nostri occhi o ai miei dato che non sono ancora sicuro che lui abbia gli occhi, ma solo un disegno per dare l’idea dell’occhio.

Il castello non sembrava molto vecchio, tuttavia era in rovina, con muri cadenti ed enormi merlature cadute per terra. Aveva un enorme squarcio… o strappo.

Benvenuto alla mia dimora. Benvenuto alla tua dimora.

Questo è mio?

Gregory non disse niente, ma mi guardava come se fossi un caso disperato.

Non lo riconosci?

No.

Per forza non lo riconosci, si vede che nella tua vita non ci sei mai stato. Questo è il tuo cuore!

venerdì 10 dicembre 2010

Ora sei cavaliere Ser!

<<Ora sei cavaliere Ser!>>
<<Grazie Ser>>
<<Alzati Ser>>
<<Sono in piedi Ser>>
<<Sei in piedi Ser>>
<<Sono un cavaliere in piedi Ser>>
<<Qualche differenza Ser?>>
<<Differenza Ser?>>
<<Ora che sei Ser>>
<<No Ser>>

domenica 5 dicembre 2010

Uno

Tavola imbandita per almeno 8 persone. Tutti i posti vuoti. Scena in un bosco.
Personaggi: Uno

Uno capotavola: (battendo un colpetto con un cucchiaino su un bicchiere) Benvenuti cari miei; ci siamo qui riuniti ancora una volta, per la quattrocentesima volta, in questo luogo desolato, in questo affranto, per tentare di arrivare ad una decisione finale. Tremenda è stata l’unica notte che è passata dall’ultima riunione, come ben saprete… Ma orsù cari miei, non indugiamo in questioni spiacevoli e tralasciamo un attimo le carestie e le guerre per concentrarci su di noi. Siamo in guerra(sorridendo)!! Oh no, non come le guerre di cui ho detto di evitare ogni discussione. La guerra è tra di noi che ci impediamo di arrivare ad una decisione finale, che ci combattiamo. Quindi, se non avete niente da obbiettare…(pausa)… bene… vi propongo un nuovo metodo per concludere i nostri affari.

Uno sconosciuto: Evvai, un nuovo metodo!

Uno Capotavola: Come potete osservare, davanti a voi ci sono delle buste che ho distribuito in modo del tutto casuale e sono queste buste la nostra soluzione. Ogni busta contiene...(pausa di riflessione)… contiene Uno di noi, uno che dobbiamo diventare, così vediamo come saremmo se noi lo diventassimo.

Uno sconosciuto: Diventare che?

Uno Capotavola: E’ qui che entrano in gioco le buste. Le buste ci diranno cosa saremo. Quindi aprite tutti le buste e guardate cosa sarete.

Uno Stupido: (Con la busta in mano) Ma che metodo intelligente!

Uno Capotavola: (Prendendo una pistola, spara a Uno Stupido) No che non lo è! (Guardando gli altri) Beh, mica vogliamo diventare così stupidi!

Uno Scienziato: Ben fatto caro mio. E ben detto. Questo metodo è veramente stupido. Certamente un metodo scientifico ci poteva assicurare una scelta più obiettiva e più razionale. Studiando gli elementi in gioco, addizionando le migliaia di variabili, analizzando lo spazio, lo spazio che ci contiene, seppur esiguo, può essere ampliato, possiamo piegare lo spazio per far posto a noi, possiamo di certo farci esistere. Ah!! Non dimentichiamoci il tempo che ci soffia costantemente sul collo… non possiamo esistere se c’è il tempo.
Massì, trovato.. basta che distruggiamo il tempo… o che ci rendiamo invisibili al tempo, è la stessa cosa, basta che funzioni… e poi… poi possiamo esistere per sempre, noi possiamo ESSERE (guardando Uno Stupido per terra) beh tranne lui ovviamente. Ma pensateci! Se mi concedete il potere posso farci ESISTERE! Saremmo gli unici ad esistere.. anzi no.. poi ci sentiremmo soli.. possiamo creare dei nostri simili. Simili, badate bene, non uguali. Se li creiamo uguali poi potrebbero spodestarci. Li dobbiamo creare più deboli, così noi esistiamo e loro… beh, questo è affar loro. Ma noi non ci sentiremmo soli…
Si! Saremo come un…

Uno Capotavola: (Spara ad Uno Scienziato) Avanti il prossimo!

Uno Urlatore: Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrrrrrrrgh!

Uno Capotavola: (Spara ad uno Urlatore) Per questo mi dispiace, mi è sempre piaciuto urlare, sarebbe stata una cosa carina, ma purtroppo non può sopravvivere.

Uno Piagnucolone: (Piangendo) Nooo, perché gli hai sparato? Dai, basta sparare, ti prego!

Uno Capotavola: (Spara ad Uno Piagnucolone) Credimi, ti ho fatto un favore!
Uno Scrittore: Io … io sono pieno di umori, di voglie, di cose da dire, da raccontare. Io ci posso far vivere dove vogliamo, posso creare mille mondi; non solo uno, ma mille o anche di più! Io posso creare vite degne o indegne, non ha importanza, io posso farlo. Mi basta una modesta penna e un banale foglio e io li farò diventare la più bella penna e il più prezioso foglio grazie alle mie storie.(Si alza in piedi, inciampando nel suo fervore) Noi possiamo essere quello che vogliamo grazie a me, possiamo essere lì o qui, così o in un altro modo, non dobbiamo scegliere. Immaginate : buio, silenzio e poi lo stridio della penna sulla ruvida carta e in un istante mille colori e mille mondi… e noi padroni di tutto questo.
Non siete, o miei signori, stuzzicati da tuuutto questo?

Uno Capotavola: (Puntando la pistola ad Uno Scrittore) Di certo, o mio signore, tutto questo è allettante, ma dimmi, se noi viviamo la dentro(indicando il foglio), cosa ne sarà di qua fuori?

Uno Scrittore: (Leggermente confuso) Ma che importanza può avere il qua fuori quando noi possiamo avere tutto qui den…?

Uno Capotavola: (Sparando ad Uno Scrittore) Mi dispiace, era tutto troppo allettante. (Rivolgendosi ai rimasti) Altre idee?

Uno Artista: Dunque sono rimasto solo io?

Uno Capotavola: Eh si..

Uno Artista: Solo io… dunque signore, forse è meglio se lei mi finisce subito poiché io non voglio essere.

Uno Capotavola:  (Spara ad Uno Artista) Bene, direi che questa riunione è conclusa. A domani, miei signori, per la quattrocentunesima riunione.

(Si alzano tutti ed escono di scena)

mercoledì 1 dicembre 2010

Hai paura ser?

<<Hai paura Ser?>>
<<Ho paura Ser>>
<<Di cosa Ser?>>
<<Di morire Ser>>
<<Sei già morto Ser>>
<<Lo so Ser>>
<<Sei morto Ser>>
<<Grazie Ser>>
<<Per cosa Ser?>>
<<Per il duello Ser>>

Davanti all'apparenza

L'Apparenza era stufa di conoscere gente nuova, preferiva stare da sola, lontana da tutti. Ogni volta che conosceva una persona nuova il rapporto andava in frantumi ben presto. Tutto quello che all'altro interessava era l'apparenza perciò non riusciva a consolidarsi il rapporto.
Mai che una volta le chiedessero "Ma tu chi sei veramente?" o "Cosa c'è dentro di te?" si limitavano a giudicarla senza sapere niente di lei.
Apparentemente Apparenza faceva parte dell'apparenza di chiunque così in un folle giorno uccise tutti.
Dunque restando sola, poteva finalmente essere ciò che veramente era:
Soltanto apparenza.

lunedì 29 novembre 2010

Truce Fantasia di un Impuro Racconto Noir


Truce Fantasia di un Impuro 
Racconto Noir


Piove. Piove sempre nel mio cuore.

Piove.

Dopo mille anni luce passati inconsci nel mio nido, fuggo fuori, scappo, tra gli estranei e mi diletto con i loro giochi.

Dannata pioggia.

Mi piace la pioggia che picchia direttamente sul mio cuore, che batte a ritmo. Il mio cuore non ha tempo.

Dannata pioggia.

Qui fuori mi conoscono tutti, i vivi e i morti: ombre i primi e spiriti i secondi. Mi conoscono e mi guidano.
Anche questo giorno mi guidano, mi urlano addosso “Vai veloce!”, non capendo se dovevo seguirli o scappare. Mi imbatto in un delitto. La pioggia picchia più forte.

Dannata pioggia.

Ho già detto che mi conoscono tutti; le ombre mi urlano indistinte frasi, quei porci, ma i miei occhi sono diretti a lei, a lei distesa a terra ancora in modo provocatorio, i grandi occhi spalancati nel buio, rosse labbra carnose aperte, come se sussurrassero ordini d’amore. Lei sotto la pioggia e il mio cuore.

Dannato il mio cuore.

Batte più forte della pioggia grazie a lei. Batte forte come se i suoi ormai estinti battiti si fossero aggiunti ai miei.

“Perché non mi hai salvata?” Mi sussurrano quelle rosse labbra.

“Perché non mi hai salvata?” Mi sussurrano quelle rosse labbra più tardi.

Sento la sua voce anche nel mio indistinto nido. L’ossessione per lei mi pervade, mi prende e mi strugge il cuore.

Dannato il mio cuore.

Dopo anni di silenzio musicale, irrompe in una cacofonia di battiti per una sconosciuta morta, il mio cuore.

Scavo nella mia fantasia i colpevoli; voglio proteggerla mentre lei mi urla “Salvami”.

Sei tu il colpevole! urlo al muro che sempre mi è parso così guardingo.

Gli indizi hanno portato la mia indegna mente a decretare te come colpevole lampada arrogante.

Così mi ingegno ogni giorno a trovare il colpevole mentre lei urla “ Salvami”.

Mille colpevoli per il mio sconosciuto amore morto. Però lei continua a gridarmi “Salvami”.

La salvo ogni giorno per mille giorni.

Sei tu il marrano dannato armadio!

Sei tu il bastardo letto immondo!

Sei tu l’omicida riflesso grottesco.

Non mi urla più “Salvami”.

Ero io il colpevole.

venerdì 26 novembre 2010

Il Guardiano del Ponte

Una volta c'era una guerra. Poi è finita, quindi tutti i cavalieri e i fanti erano tornati alle proprie terre e ai propri impegni. Due cavalieri stavano tornando insieme, poi si divisero e uno arrivò a casa prima dell'altro.
Il cavaliere che era arrivato dopo aveva un ponte e il suo mestiere era di sorvegliarlo ed esigere un pedaggio.
Bisogna dire però che era un uomo giusto, uno di quelli che facevano sempre la cosa giusta e prendevano le giuste decisioni, almeno così pensava lui.
Così un giorno una losca figura si avvicinò al suo ponte e prima di attravesarlo parlò così:
<<Io sono un assassino, messere; sono venuto qui per ucciderti>>
Il guardiano si limitò a guardarlo perplesso con l'occhio destro. Il sinistro era chiuso.
<<Tuttavia, per farlo, devo attraversare il ponte e quindi devo pagare il pedaggio.>>
<<Sono sei denari.>>
Così l'assassino pagò il guardiano, attraversò il ponte e lo uccise.
Il guardiano, mentre era a terra agonizzante, sorrise dentro di sè per essere stato giusto.

martedì 23 novembre 2010

Sei un cavaliere senza spada, ser!

<<Non mi attacchi, ser?>>
<<Non ti attacco ser...>>
<<Non hai una spada ser.>>
<<L'ho perduta ser.>>
<<Un cavaliere senza spada ser?>>
<<Un cavaliere senza spada ser.>>
<<Non sei un cavaliere ser!>>
<<Rimango un cavaliere ser.>>
<<Senza spada sei niente ser.>>
<<Rimango un cavaliere ser.>>
<<La spada fa il cavaliere ser.>>
<<Rimango un cavaliere ser.>>
<<Ti potrei uccidere ser.>>
<<Morirò da cavaliere ser.>>
<<Muori allora ser!>>
<<Grazier ser.>>
<<Per cosa ser?>>
<<Per la morte da cavaliere ser>>

domenica 21 novembre 2010

In questo momento non sei assolutamente blu

V erso
e nergia
r ottura
g ogna
o nnipotente
g overno
n iente
a trofizzato

stream of consciousness up your ass

giovedì 18 novembre 2010

Una volta avevo un contegno Ser!

<<Cerchi di darsi un contegno Ser!>>
<<Mi dia lei un contegno Ser!>>
<<Quale contegno vuole Ser?>>
<<Qual è il migliore Ser?>>
<<Questo è il migliore Ser.>>
<<Prendo il migliore Ser.>>
<<Sono dieci denari Ser.>>
<<Ecco i denari Ser.>>
<<Grazie moltissime Ser.>>
<<Cerchi di darsi un contegno Ser!>>
<<L'ho venduto Ser!>>

martedì 16 novembre 2010

Cronache di Guerra - La guerra del Rosso

Sangue rosso Rosso voleva, terra arrida Rosso voleva, cielo infuocato Rosso voleva. Molte cose Rosso voleva; voleva il passato, voleva il futuro, voleva andare oltre e tornare indietro. Sognava ancora la gloria passata, quando aveva ancora in pugno il mondo. Dominava bruciando la terra il Rosso, il fuoco conquistava il verde dominandolo, piegandolo e alla fine distruggendolo. Il Fuoco Rosso bruciava avvampando il mondo intero.
Il Fuoco rosso ora brucia e si spegne.
Il suo nemico per eccellenza dominava i cieli, dominava il mare; dominava ciò che il Rosso voleva.
Il suo nemico era al di sopra, era al di sotto, era dovunque.
Il Rosso non si arrende, ogni tanto tenta ancora di conquistare il verde suo nemico più debole. Avanza attraverso le foreste, riducendo in cenere tutto sul suo cammino.
Semplici affondi per testare il terreno, affondi spenti subito.
Voleva il mondo il Rosso. Voleva ciò che era dell'altro.
Si limitò a volerlo.

giovedì 11 novembre 2010

Blu non è più blu

Blu era fiero di essere blu. Si svegliava ogni mattina pieno di energia e affrontava il mondo con felicità e tutte le sue problematiche con positività.

Non era certo una cosa facile, svegliarsi la mattina ed affrontare il mondo che era così diversamente non blu, ma lui ci riusciva e ci riusciva bene proprio perchè lui era Blu.
Si svegliava, faceva colazione e usciva nel mondo e questo lo faceva ogni giorno, ma Blu era felice perchè era blu.
Però un giorno Blu si guardò allo specchio e con tremenda angoscia e terrore scoprì di non essere più blu, ma diversamente non blu. Fissava lo specchio, distoglieva lo sguardo pieno di orrore e lo rivolgeva velocemente quasi pensasse che lui diventava non blu solo quando si osservava in quel terribile oggetto che gli gettava addosso la verità.
Non si svegliava più, non faceva più colazione e non usciva più nel mondo perchè non era più Blu. Così andò dal dottore e scoprì con suo grande orrore di avere una rara forma di daltonismo.


Blu era fiero di essere Blu. Si svegliava ogni mattina consumando le energie per ricordarsi che era blu, affrontava il mondo abbattuto perchè non si vedeva più blu e le problematiche del mondo lo riempivano di negatività.

domenica 31 ottobre 2010

Ventoso con picchi di Blu nel pomeriggio

Vago contaminato,
vago quanto il vento,
più vago della parola stessa.
Io mento.

Grida il mio nome,
Grida sento, di furore
tremendo sembra pervaso
il Vento.

Vento e parole uguali,
Vento di parole, sempre
parole al vento, lo so,
lo sento.

Quotidianità Blu

Arranca l’inetto,
grondante di sudore,
fronteggia la vita,
con molto furore.

Troncar di netto, le membra umane,
di natura è dono.
Guerreggia solo nella moltitudine dei più,
languido di sangue.

Forte di sconfitta e forte di vittoria.
Non c’è grandezza.
Gracile e grezzo, dalla nascita
Alla morte.

E dopo, non so.

venerdì 29 ottobre 2010

Occhi non blu

Chiudo gli occhi.
Buio buio buio buio
Buio buio buio buio.
Sono cieco.

Apro gli occhi.
Luce.
Sono
cieco.

Divergenza Blu

“Io la penso così!”
“No! Io la penso cosà!”
Così terminò l’amicizia durata forse due minuti o forse due anni o forse molto di più di quanto si potesse scrivere. Uno andò da una parte e l’altro dall’altra, conservando ognuno un folle rancore. Abbandonarono le loro famiglie, abbandonarono i propri luoghi natali pur di stare lontano l’un l’altro.
“Come faceva l’uno a non pensarla così!” pensò l’altro.
“Come faceva l’altro a non pensarla cosà!” penso l’uno.
Dieci anni passarono e l’un l’altro non si videro più, anzi, l’impossibilità di capirsi a vicenda segnò inutilmente le loro vite.
L’uno andò a nord, abbandonando la propria famiglia che stava al sud.
L’altro andò a sud, abbandonando la propria famiglia che stava al sud.
Quello che la pensava così voleva che tutti la pensassero così e per dieci anni, usando una spada fatta di puro e duro acciaio chiamata Retorica, convinse tutti a pensarla così. Era deciso: il Nord la pensava così e guai a chi lo metteva in dubbio.
Mentre colui che la pensava cosà, rabbuiato dal fatto che molti cominciarono a pensare diversamente da lui, cominciò a conquistare con prepotenza e con violenza usando la lingua come una spada. Soggiogò interi paesi, interi stati fino a conquistare l’intero sud. Era ufficiale: Il Sud la pensava cosà.

“Impensabile!” pensò l’uno ”Come fanno? Non si rendono conto che è sbagliato? L’intero Sud che la pensa in modo diverso!” L’uno era fuori di sé dalla rabbia, dall’incredulità e dalla stupidità.

L’altro invece pervaso da sogni onirici, folli e stupidi di un mondo in cui tutti la pensassero cosà, cominciò ad adocchiare il nord. Cosà si doveva pensare!

Così cominciò la guerra tra i due ex-amici. Una guerra di immense proporzioni, come mai s’era vista. Milioni e milioni di vittime in nome del così e del cosà, anzi non vittime, ma martiri sacrificati nell’assurdo nome dei due pensieri.

L’uno sfoderò la sua spada Retorica e falciò a migliaia in un sol colpo. L’altro massacrò interi eserciti usando solo la sua spada lingua. Nessuno prevaleva sull’altro e neppure le loro più astute tattiche riuscirono a mettere in difficoltà l’avversario. Il capitano della dodicesima compagnia del dodicesimo reggimento del terzo plotone del così propose di attaccare i cosà direttamente, come un pugno di ferro. Ma per un malaugurato caso un capitano della dodicesima compagnia del dodicesimo reggimento del sesto plotone del cosà pensò la stessa cosa e quindi lo scontro risultò in un nulla di fatto.
Il capitano del così però si rese conto che aveva pensato come il capitano del cosà e anche il capitano del cosà si rese conto della stessa cosa.
Cosa strana.
Si incontrarono e divennero amici e dissero entrambi in coro:
“Noi non la pensiamo più così, né cosà! Noi la pensiamo diversamente!”
Dunque i due eserciti divennero tre e tre i fronti su cui si combatteva.

Dopo cent’anni di guerra i fronti divennero quattro.
Dopo altri dieci anni di guerra i fronti divennero venti.
Dopo altri vent’anni di guerra i fronti divennero cento.
Dopo altri cent’anni di guerra i fronti divennero un milione.
Dopo non si sa quanto tempo, forse un giorno o forse tre, i fronti divennero così tanti che ognuno combatteva per sé.

Così nacque il mondo. Nato dalla guerra e dalla diversità di pensiero.

Amore Blu

Amore era oltraggiato, irritato, infelice e blu. Non gli succedeva da ben 6 anni o almeno non tutte le cose assieme. La cosa che lo preoccupava di più pero', era il fatto che fosse diventato blu. Da che mondo e mondo l'amore e' sempre stato rosso e con qualche riflesso carnoso, ma non si sa come l'amore ora e' diventato blu. Era blu e blu e' rimasto e dopo un po' si mise il cuore(blu) in pace.
Una volta, passeggiando tra vari negozi notò, delle cartoline che lo raffiguravano e non si stupì nel vedere tutti quei cuoricini blu e tutte quelle coppiette blu che più blu non si può più. Il mondo ovviamente si era adeguato al suo improvviso cambiamento e a nessuno importava ora che lui non fosse più rosso ormai, ma blu. A nessuno importava veramente di lui, a nessuno importava di amore. Agli umani bastava stare con le altre persone, senza una parola di riguardo verso amore blu che più blu non si può più.
Così un giorno di primavera, ma quasi estate, era tutto solo e blu, amore decise di togliersi la vita e prese un coltello da non si sa dove e se lo infilò in un punto imprecisato chiamato cuore. Un getto di sangue giallo uscì dalla ferita non mortale che pero' uccise amore.

La Storia di Birò

Tu che leggi stai attento, stai attento a Birò dagli occhi blu.
Stai attento alla sua prepotenza e malvagità o cadrai nell’oscurità.
Certo, queste parole non suscitano alcunchè ad uno che non conosce o che non ha mai sentito parlare di Birò. Tutto cominciò con la sua nascita, una tempestosa e buia notte di un altrettanto tempestoso e buio Martedì di un comune Febbraio. Fuori infuriavano i fulmini, migliaia di gocce di pioggia picchiettavano insolenti sulla finestra di una stanza d’ospedale, la stanza dove nacque Birò per la precisione. Fu un parto lungo e travagliato, i tuoni e i lamenti della donna si confondevano nell’aria tesa, ma alla fine un piccolo pargolo nudo e urlante trovò la sua strada verso il mondo. Era di dimensioni normali, di peso normale e faccia normale e non aveva ancora aperto gli occhi quando fu messo in braccio alla madre stanca, ma felice di ammirare il suo pargolo. Poi all’improvviso il pargolo Birò aprì gli occhi rivelando un paio di occhi di un colore blu così intenso come il cielo di un normale giorno di una normale estate e tuttavia così profondo come l’oceano. Dunque tutti furono così rapiti da questo pargolo urlante dagli occhi blu che in un primo momento nessuno si accorse che la tempesta aveva cessato di infuriare e che un blu intenso quasi come gli occhi di Birò aveva cominciato a filtrare tra le nuvole. Fu il medico che notò questo fatto curioso e con fare giocoso disse alla madre che sono stati gli occhi del suo pargolo ad allontanare la tempesta.
Ma tra un urlo e un altro il pargolo Birò udì la frase del medico e cominciò a riflettere. Di certo la tempesta era cessata quando lui aveva aperto gli occhi e se una persona dall’intelligenza e cultura del medico aveva detto che è stato Birò a causarlo, ovviamente non poteva che credergli. Birò quindi cominciò la sua esistenza sul pianeta Terra conscio di aver un potere unico e straordinario e di certo intendeva sfruttarlo.

Fu a dieci anni, una normale giornata di sole di un normale giorno di Aprile che a Birò gli si illuminò la lampadina del cervello. Se poteva far rischiarare il cielo nelle giornate buie e tempestose con il semplice gesto di aprire gli occhi, di certo poteva anche far venire il buio semplicemente chiudendoli. Così volle subito sperimentare questo suo nuovo potere che, ne era certo, possedeva. Era a scuola che voleva usarlo la prima volta, contro un suo compagno precisamente. Quel suo compagno, bisogna dirlo, non gli aveva mai fatto niente, ma non si sa perchè a Birò stava antipatico, dunque andò da lui e lo colpì in testa con il suo pugnetto e chiuse subito gli occhi per oscurare tutto così il bambino sarebbe stato ignaro del colpevole. Funzionò! Con gli occhi chiusi Birò non vedeva più niente, tutto era scuro e dentro di sé cominciò a gongolare per questo suo potere. Però non si sa come gli arrivò uno spintone che lo mandò dritto per terra quindi fu costretto ad aprire gli occhi e di colpo fu di nuovo luce; davanti a lui c’era il bambino colpito in precedenza che gli diceva parole che lui nonsentiva . La sua mente malvagia era concentrata su un unico pensiero: come aveva fatto a colpirlo se lui non aveva modo di vederlo. Giorno e notte Birò era tormentato da questo pensiero, perché mai, si ripeteva, mai avrebbe potuto compiere le sue malefatte se non risolveva questo tormentoso dubbio.

Per due anni non osò più usare i suoi poteri, pieno di paranoia di essere scoperto, finchè in una normale giornata di un’imprecisato mese a Birò si illumino, per la seconda volta nella sua vita, la lampadina. Aveva finalmente capito perché quella volta il bambino era stato in grado di colpirlo: perché non si era spostato! Il bambino non essendo in grado di vedere, a causa del potere di Birò, aveva semplicemente colpito nella direzione da cui era provenito il colpo iniziale. Birò era vosì sollevato di aver risolto il suo dilemma che volle subito vendicarsi del bambino e partì subito in sua ricerca. Una volta trovato gli si avvicinò piano da dietro, gli diede di nuovo un pugnetto in testa, chiuse subito gli occhi e si allontanò velocemente da lui con gli occhi chiusi.
Era trionfante, finalmente si era vendicato del bambino e cominciò persino a saltellare in giro finchè non gli arrivò un altro spintone che lo mandò dritto per terra. Aprì gli occhi e vedeva che a sovrastarlo era il solito bambino e di nuovo nacque lo sgomento dentro di lui.

Tornò a casa triste e pensoso, ma con una nuova consapevolezza: anche l’altro bambino, di certo, doveva possedere dei poteri speciali, per questo poteva contrastarlo. Quindi Birò considerò quel bambino la sua nemesi e giurò di sconfiggere i suoi poteri un giorno.

Non è il Blu

Un cieco disse ad una donna: Sei molto bella! La donna ringraziò e si sposarono. Non molto tempo dopo la coppia ebbe un figlio che chiamarono Bamboccio.
Bamboccio, quando cominciò ad andare a scuola, fu sempre preso in giro dai suoi compagni a causa del suo naso a farfalla; per questo ebbe tanti amici che si prendevano gioco di lui.
Un giorno di primavera, quando Bamboccio aveva ben 10 anni, si trovò a camminare su una sperduta strada di una sperduta città di uno sperduto paese. La strada era piena di gente che andava di qua e di là senza badare a Bamboccio che si sentiva irritato;di solito lui attirava sempre l’attenzione con il suo naso a farfalla. Nonostante piangesse ogni volta che lo additavano si sentiva strano se non veniva osservato.
La strada che prima era piena di gente diventò all’improvviso meno popolata, molte persone sparirono, cosa che irritò Bamboccio ancora di più.
Con le lacrime agli occhi cominciò a correre a destra e a sinistra confuso ed arrabbiato. Quando si trovò a sinistra inciampò su una pietra inesistente e non cadde.
Questo, però, attirò l’attenzione di un uomo dai capelli lunghi e gli occhi corti che per sbaglio aveva guardato fuori dalla finestra; si chiamava Barò ed era un artista.
Barò era esasperato perché si trovava in piena crisi artistico-esistenziale e non riusciva a finire un quadro che aveva cominciato due minuti prima che aveva denominato “Crisi artisco-esistenziale”. Tornato al suo quadro si accorse che gli mancava un colore e quindi uscì per andare in negozio per comperarlo.
Arrivato al negozio controllò la tasca e notò che gli mancavano i denari così torno indietro e li prese.
Arrivato di nuovo al negozio, andò dal commesso e restò fermo. Non sapeva che fare, non sapeva come chiedere perché il povero Barò era muto sin da quando aveva ben 10 anni. Pensò di scrivere la sua richiesta ma si ricordò che non sapeva scrivere.
Così, si arrese e tornò a casa.
Nel frattempo, il commesso stava servendo un altro gentiluomo che urlò:
“Allora l’ha trovato?”
“No, non è il blu!”