mercoledì 29 dicembre 2010

Blue Mood

Blu
Nero
Giallo

Blu
Giallo
Nero

Blu
Blu
Blu

Sei tu che vuoi più blu blu blu
Il nero non c'è più più
Il giallo bu
.

 autore disegno: Tullio Dal Canton

sabato 25 dicembre 2010

C'era una volta sola

C'era una volta sola, ma una soltanto, in cui tutto tutto gli appariva chiaro nella vita e a lui non importava.
Preferiva inoltrarsi negli oscuri meandri dell'essere dove l'indecisione, l'incertezza e il caso lo bramavano languidamente o forse lui bramava loro.
Fatto sta che molto spesso avrebbe potuto fare scelte che lo avrebbero portato in una direzione giusta, positiva, invece no.
Davanti ad un bivio in cui la strada a destra era solare ed illuminata con un'aura di bontà mentre l'altra strada era oscura, buia, maligna, lui avrebbe scelto la seconda. Perchè?
Perchè? Si chiedeva lui disperatamente non riuscendo a darsi una spiegazione.
Su questa strada oscura sentiva la malignità osservarlo da vicino, forse dal cespuglio nero da cui spuntavano due occhi infuocati o forse dal lugubre ululato di un lupo che voleva azzannargli le carni per portare cibo ai suoi tre lupacchiotti appena nati o forse solo per puro piacere.
Camminava tranquillamente beandosi di tutto ciò che l'oscurità gli gettava contro, con un certo masochismo si inoltrava sempre più in profondità.
Gufi morti, lupi morti, morti e basta, lui vivo, dentro il nero.
Pensava alla via più sicura? Forse, ma non importava. Non l'aveva percorsa.
Corvi neri contrastano sul nero della foresta.
Lupi neri contrastano sul nero della foresta molto di più.
E lui li guardava mentre loro guardavano lui.
Si chiedeva se corvi bianchi e lupi bianchi ci fossero nella via di luce, ma non importava, non l'aveva percorsa.
I pensieri, neri anche quelli, continuavano ad assilarlo come se facessero parte del buio, come se facessero parte della farsa anche loro.
I neri pensieri non contrastano sul nero della foresta.
Si fondono.

Alla fine, come può la luce non percorrere un sentiero oscuro?

sabato 11 dicembre 2010

Divertissement I

Capitolo uno – Mi chiamo Gregory

Io.

Vedevo strane cose da quassù. Colori neri nell’aria.
Sentivo strane cose quassù. Voci nere nell’aria.

Il vento mi sbatte furiosamente come volesse spingermi giù, come se la natura stessa, conscia del mio gesto volesse darmi una mano. Ultimo momento di respiro, profondo respiro, respiro di vita. Ultimo momento in cui sono ciò che voglio essere. Sono niente.  Guardo in giù.
Mille inutili puntini sfrecciano in mille direzioni, per mille motivi, motivi di cui non mi interesso per niente, ma tuttavia mi interesso a non interessarmi, a disprezzarli mentre in un ultimo istante di umano orgoglio mi sento superiore.

Io sono il tuo Strappo.

Continuo a sentire voci, a vedere immagini. Le voci e le immagini si fanno più nitide man mano che il mio coraggio aumenta.

Io sono il tuo Strappo.

Mi guardo le mani come se fosse la prima volta, osservo i segni del tempo sulle mie mani e mi sento onnipotente. Tutto grazie alle mani. Grazie mani.

Il vento mi sbatte. Vorrei sbattere io il vento, vorrei saltargli addosso fare ciò che lui mi sta facendo in questo momento e forse una volta che sarò giù riuscirò a farlo, a fare del vento ciò che voglio, anche per un solo istante. Istante, semplice breve istante. Così sembra la mia vita in questo momento.  Un semplice istante fatto di ricordi sfumati. Mi metto a ridere per un istante.

Ormai col cuore in gola mi preparo per l’ultimo gesto di volontà, l’ultima decisione mia.
Dall’alto del grattacielo io mi butto giù.

Sbatto il vento. Non è lui che mi viene addosso, ma sono io che lo sferzo, che gli urlo addosso la mia impotenza.  Guardo ancora in giù, la terra che mi si avvicina lentamente, velocemente non saprei, per me dura un’eternità e l’eternità dura un istante.  Chissà come sarà l’impatto con il suolo, chissà se anche io farò male alla terra come lei farà male a me. Chissà.

L’impatto però non avviene. Continuo a cadere, ma il suolo si fa sempre più lontano.

Io sono il tuo Strappo.

Una figura nera indistinta mi appare davanti. Un suono nero indistino mi entra nelle orecchie.

Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.

Ora che lo sento più chiaramente, ora che lo vedo più chiaramente mi rendo conto che sono fermo, a terra, non so quale terra, ma sono a terra.  Lo guardo dal basso in alto mentre lui mi guarda dall’alto in basso.

Una figura avvolta da un nero mantello, con un cilindro ottocentesco sulla testa, metà faccia avvolta nell’oscurità mentre l’altra metà sembra cadaverica.  Sento l’imponenza della sua presenza, ma tuttavia mi sembra così etereo, così nascosto.

Mi chiamo Gregory e sono il tuo Strappo.

Mi ripete ancora il suo nome e dice che è il mio Strappo.
Salve Gregory, gli dico, sei tu che hai interrotto la mia ultima decisione?
Mi guarda, o almeno credo mi guardi, dato che i suoi occhi sono semi nascosti; sempre che abbia gli occhi.
Secondo me non ce li ha.

Io non ho interrotto niente, stai ancora cadendo come stavi cadendo mentre io ho fatto la mia presentazione. Ora tu devi fare la tua presentazione.

Non scordando le buone maniere mi alzo subito e mi presento.

Io sono Stephen Icarus, lieto di conoscerti. Mi puoi dire dove siamo? Io devo cadere.

Come ti ho detto tu stai cadendo, però per il momento la tua coscienza si trova qui.

Mi guardo attorno con fare curioso, ma non c’è niente di interessante. Un’oscura desolazione inframmezzata da alberi piegati tutti nella stessa direzione. Neanche gli alberi mi interessano. Io voglio la mia caduta.

Puoi gentilmente seguirmi?

Dove?

Alla mia umile dimora. Potresti trovarla interessante.

Lo seguo su per una collina, un percorso per niente impervio che tuttavia mi stanca molto. Come se fosse difficile arrivare nella sua dimora che io dovrei trovare interessante. Spero sia interessante.

Con difficoltà sovrumana arranco passo dopo passo nella direzione da lui indicata mentre lui scivola tranquillamente. Interessante.

Pian piano che salgo gli alberi si fanno sempre più radi, ma sempre più grandi e da uno di questi grandi alberi sbucca un altro individuo.

Salta giù dall’albero gigante come se niente fosse e si ferma davanti al mio Strappo, a Gregory.

Hey Gregory, hai trovato il tuo uomo eh? Disse il nuovo individuo che era parecchio più grosso di Gregory,  ma avvolto nello stesso mantello di Gregory, con metà faccia coperta come Gregory, ma con uno strano cappello diverso da Gregory. Tuttavia il nuovo individuo non mi dava la stessa sensazione familiare di Gregory.

Fortunato te, con la tua intelligenza dovresti risolvere in fretta, no?

Eh, magari fosse così facile, lui non mi sembra tanto sveglio. Continua a chiederemi di cadere. Sai si è buttato giù da un grattacielo.

Da un grattacielo? Ma è matto, ti immagini la frittata che farà? Ha haha.

E’ meglio se proseguiamo, sai, fa una fatica immane ad avvicinarsi alla mia dimora. E’ come se non ci fosse mai stato, o almeno non conoscesse la strada. Mi da fastidio.

Buona fortuna con il tuo uomo!

Così i due tizi strani davanti a me hanno finito la conversazione come se io non fossi nemmeno presente e per di più mi hanno insultato.

Chi era l’altro?

Un altro strappo.

Sempre mio?

No, non è il tuo strappo, non è che questo mondo sia tuo. Tu hai solo un pezzo di terra qui, la stessa terra su cui fai fatica ad avanzare.

Manca molto?

No.

A differenza di quanto ha detto l’altro strappo io non pensavo fosse intelligente. Dava sempre risposte brevi.

Ma tu cosa sei esattamente?

Te l’ho già detto. Sono il tuo strappo e mi chiamo Gregory.

Si ma Strappo sta per?

Non è una metafora, non ha un significato nascosto. Io sono uno strappo, il tuo strappo per la precisione. E’ così difficile capire?

Sembrava alterato, come se fosse mia la colpa della sua presenza lì, come se fosse colpa mia perché non capivo.

Per definizione uno strappo è un oggetto che da intatto passa in uno stato alterato, una lacerazione, capisci?

Ma tu sei intatto!

Di nuovo sentivo il fastidio da parte sua.

Ma io non sono il mio strappo, sono il tuo! Sei tu che hai subito una lacerazione.

Non rispondo.

Con immane fatica da parte mia, finalmente arriviamo in cima alla collina e un castello in rovina si presenta ai nostri occhi o ai miei dato che non sono ancora sicuro che lui abbia gli occhi, ma solo un disegno per dare l’idea dell’occhio.

Il castello non sembrava molto vecchio, tuttavia era in rovina, con muri cadenti ed enormi merlature cadute per terra. Aveva un enorme squarcio… o strappo.

Benvenuto alla mia dimora. Benvenuto alla tua dimora.

Questo è mio?

Gregory non disse niente, ma mi guardava come se fossi un caso disperato.

Non lo riconosci?

No.

Per forza non lo riconosci, si vede che nella tua vita non ci sei mai stato. Questo è il tuo cuore!

venerdì 10 dicembre 2010

Ora sei cavaliere Ser!

<<Ora sei cavaliere Ser!>>
<<Grazie Ser>>
<<Alzati Ser>>
<<Sono in piedi Ser>>
<<Sei in piedi Ser>>
<<Sono un cavaliere in piedi Ser>>
<<Qualche differenza Ser?>>
<<Differenza Ser?>>
<<Ora che sei Ser>>
<<No Ser>>

domenica 5 dicembre 2010

Uno

Tavola imbandita per almeno 8 persone. Tutti i posti vuoti. Scena in un bosco.
Personaggi: Uno

Uno capotavola: (battendo un colpetto con un cucchiaino su un bicchiere) Benvenuti cari miei; ci siamo qui riuniti ancora una volta, per la quattrocentesima volta, in questo luogo desolato, in questo affranto, per tentare di arrivare ad una decisione finale. Tremenda è stata l’unica notte che è passata dall’ultima riunione, come ben saprete… Ma orsù cari miei, non indugiamo in questioni spiacevoli e tralasciamo un attimo le carestie e le guerre per concentrarci su di noi. Siamo in guerra(sorridendo)!! Oh no, non come le guerre di cui ho detto di evitare ogni discussione. La guerra è tra di noi che ci impediamo di arrivare ad una decisione finale, che ci combattiamo. Quindi, se non avete niente da obbiettare…(pausa)… bene… vi propongo un nuovo metodo per concludere i nostri affari.

Uno sconosciuto: Evvai, un nuovo metodo!

Uno Capotavola: Come potete osservare, davanti a voi ci sono delle buste che ho distribuito in modo del tutto casuale e sono queste buste la nostra soluzione. Ogni busta contiene...(pausa di riflessione)… contiene Uno di noi, uno che dobbiamo diventare, così vediamo come saremmo se noi lo diventassimo.

Uno sconosciuto: Diventare che?

Uno Capotavola: E’ qui che entrano in gioco le buste. Le buste ci diranno cosa saremo. Quindi aprite tutti le buste e guardate cosa sarete.

Uno Stupido: (Con la busta in mano) Ma che metodo intelligente!

Uno Capotavola: (Prendendo una pistola, spara a Uno Stupido) No che non lo è! (Guardando gli altri) Beh, mica vogliamo diventare così stupidi!

Uno Scienziato: Ben fatto caro mio. E ben detto. Questo metodo è veramente stupido. Certamente un metodo scientifico ci poteva assicurare una scelta più obiettiva e più razionale. Studiando gli elementi in gioco, addizionando le migliaia di variabili, analizzando lo spazio, lo spazio che ci contiene, seppur esiguo, può essere ampliato, possiamo piegare lo spazio per far posto a noi, possiamo di certo farci esistere. Ah!! Non dimentichiamoci il tempo che ci soffia costantemente sul collo… non possiamo esistere se c’è il tempo.
Massì, trovato.. basta che distruggiamo il tempo… o che ci rendiamo invisibili al tempo, è la stessa cosa, basta che funzioni… e poi… poi possiamo esistere per sempre, noi possiamo ESSERE (guardando Uno Stupido per terra) beh tranne lui ovviamente. Ma pensateci! Se mi concedete il potere posso farci ESISTERE! Saremmo gli unici ad esistere.. anzi no.. poi ci sentiremmo soli.. possiamo creare dei nostri simili. Simili, badate bene, non uguali. Se li creiamo uguali poi potrebbero spodestarci. Li dobbiamo creare più deboli, così noi esistiamo e loro… beh, questo è affar loro. Ma noi non ci sentiremmo soli…
Si! Saremo come un…

Uno Capotavola: (Spara ad Uno Scienziato) Avanti il prossimo!

Uno Urlatore: Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrrrrrrrgh!

Uno Capotavola: (Spara ad uno Urlatore) Per questo mi dispiace, mi è sempre piaciuto urlare, sarebbe stata una cosa carina, ma purtroppo non può sopravvivere.

Uno Piagnucolone: (Piangendo) Nooo, perché gli hai sparato? Dai, basta sparare, ti prego!

Uno Capotavola: (Spara ad Uno Piagnucolone) Credimi, ti ho fatto un favore!
Uno Scrittore: Io … io sono pieno di umori, di voglie, di cose da dire, da raccontare. Io ci posso far vivere dove vogliamo, posso creare mille mondi; non solo uno, ma mille o anche di più! Io posso creare vite degne o indegne, non ha importanza, io posso farlo. Mi basta una modesta penna e un banale foglio e io li farò diventare la più bella penna e il più prezioso foglio grazie alle mie storie.(Si alza in piedi, inciampando nel suo fervore) Noi possiamo essere quello che vogliamo grazie a me, possiamo essere lì o qui, così o in un altro modo, non dobbiamo scegliere. Immaginate : buio, silenzio e poi lo stridio della penna sulla ruvida carta e in un istante mille colori e mille mondi… e noi padroni di tutto questo.
Non siete, o miei signori, stuzzicati da tuuutto questo?

Uno Capotavola: (Puntando la pistola ad Uno Scrittore) Di certo, o mio signore, tutto questo è allettante, ma dimmi, se noi viviamo la dentro(indicando il foglio), cosa ne sarà di qua fuori?

Uno Scrittore: (Leggermente confuso) Ma che importanza può avere il qua fuori quando noi possiamo avere tutto qui den…?

Uno Capotavola: (Sparando ad Uno Scrittore) Mi dispiace, era tutto troppo allettante. (Rivolgendosi ai rimasti) Altre idee?

Uno Artista: Dunque sono rimasto solo io?

Uno Capotavola: Eh si..

Uno Artista: Solo io… dunque signore, forse è meglio se lei mi finisce subito poiché io non voglio essere.

Uno Capotavola:  (Spara ad Uno Artista) Bene, direi che questa riunione è conclusa. A domani, miei signori, per la quattrocentunesima riunione.

(Si alzano tutti ed escono di scena)

mercoledì 1 dicembre 2010

Hai paura ser?

<<Hai paura Ser?>>
<<Ho paura Ser>>
<<Di cosa Ser?>>
<<Di morire Ser>>
<<Sei già morto Ser>>
<<Lo so Ser>>
<<Sei morto Ser>>
<<Grazie Ser>>
<<Per cosa Ser?>>
<<Per il duello Ser>>

Davanti all'apparenza

L'Apparenza era stufa di conoscere gente nuova, preferiva stare da sola, lontana da tutti. Ogni volta che conosceva una persona nuova il rapporto andava in frantumi ben presto. Tutto quello che all'altro interessava era l'apparenza perciò non riusciva a consolidarsi il rapporto.
Mai che una volta le chiedessero "Ma tu chi sei veramente?" o "Cosa c'è dentro di te?" si limitavano a giudicarla senza sapere niente di lei.
Apparentemente Apparenza faceva parte dell'apparenza di chiunque così in un folle giorno uccise tutti.
Dunque restando sola, poteva finalmente essere ciò che veramente era:
Soltanto apparenza.